Imperialismo Pagano - Julius Evola


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Descrizione

Imperialismo pagano venne pubblicato verso la metà del 1928 a ridosso, dunque, dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano. Il pamplhet di Julius Evola, che riprendeva, fondendoli, alcuni articoli apparsi nel 1926-27, voleva essere proprio una messa in guardia per il fascismo contro questo avvenimento che, a giudizio dell’autore, avrebbe tarpato le ali alle potenzialità imperiali del Regime mussoliniano. Non era una personalissima alzata di scudi, ma la conclusione di un cammino che riassumeva le posizioni di un mondo esoterico e/o pagano quanto mai composito che si riuniva anche sotto le iniziative del Gruppo di Ur e che, con la Conciliazione, vedeva spegnersi ogni aspettativa della possibile affermazione nell’Italia fascista di spiritualità diverse dall’egemonia cristiano-cattolica.
È in questo modo che l’opera deve intendersi, ma anche come un esplicito «appello» al Duce e a tutti «i fascisti degni di questo nome», pur se, scrive esplicitamente Evola, «in forma di campagna militare». Un saggio, dunque, polemicissimo, che prende di petto le questioni, drastico, intransigente, comepuò esserlo un trentenne per cui «il fascismo era troppo poco», come scriverà due anni dopo. Un’opera in cui si effettua una critica serrata sul piano logico, politico, filosofico e religioso di tutti quei valori, di tutte quelle condizioni, di tutti quei miti che, secondo Evola, stavano ostacolando il fascismo e la sua volontà di rinnovare la nazione e lo Stato, il suo voler essere «imperiale»: da un lato la democrazia, il liberalismo, il comunismo, un mal inteso europeismo e occidentalismo; dall’altro il cristianesimo più che il cattolicesimo come «religione ufficiale». Tutte tesi poi meglio organizzate, sistematizzate e sviluppate dal filosofo in opere successive come Rivolta contro il mondo moderno, Gli uomini e le rovine, Cavalcare la tigre.Le polemiche che Julius Evola suscitò, considerando anche che i suoi saggi erano apparsi in riviste ufficiose come Vita Nova e Critica fascista, furono diffuse, furibonde e si trascinarono a lungo costringendo l’autore ad un quasi silenzio sino al 1932-3. Anno in cui apparve in Germania una traduzione riveduta e adattata ad un pubblico tedesco del libro, e che qui si presenta insieme all’originale per un opportuno confronto e approfondimento di temi.
Il filosofo, negli anni Cinquanta e successivamente, si oppose sempre alla ristampa di Imperialismo pagano, in quanto la considerava un’opera giovanile, fissata ad un preciso momento politico e superata da altre sue opere nel dopoguerra, ma anche perché sapeva che se ne sarebbe fatto un uso strumentale e «militante», come infatti avvenne. Il ripresentarla con ampio apparato critico e comparativo, con appendici e documenti, significa inquadrarla nel suo tempo ed in una complessa e articolata «visione del mondo», non condannarla ad una incongrua damnatio memoriae, ma riscoprirla e capirla per quel che voleva effettivamente essere e per i germi che contiene delle idee e posizioni successive, senza né incongrui anatemi né incongrue apologie.

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